lunedì 18 giugno 2012

Rimembranze, a volte ricordo che mi piaceva scrivere



Ogni volta è uguale, la prima volta in barca all'inizio dell'estate. Aspetto di risentire stupita il rumore dell'acqua che frange contro la carena, il rumore del motore e il suo odore acre che ti assale prima che la barca cavalchi le onde. Aspetto di guardare il mare, grande, come spazio di libertà, pieno di riflessi di luce e di altre barche, che, come noi, ancora una volta ripartono.
Salvo poi accorgermi di come tutto sia perfettamente normale, e con stupore rendermi conto di non essere affatto stupita di trovarmi di nuovo, dopo un anno, tutto quel blu davanti.
Solo mia figlia, mi salta subito agli occhi, occupa più spazio là sulla prua, posizione elettiva da quando aveva tre anni, e mio figlio arriva comodo al volante, seduto tra le gambe di papà.
Sono nati in barca loro. Per loro è cosa ovvia, terreno certo.
Non per me, la spiaggia magari, quella sì, le piccole onde della riva, la sabbia calda, i sassolini sotto ai piedi, ma non la barca.
Ricordo ancora la prima volta che ci salii.
Avrò avuto sì e no quindici anni, invitata dalla mamma di Barbara. Dopo quella volta non ci andai più però.
Barbara era una ragazza un po' sola, siccome lo ero anche io.. ci facevamo compagnia, si camminava, come fossero vasche, su Via Vara, l'ultima via prima del fiume, il mio era l'unico palazzo che c'era... il resto erano villini e villette, grandi case mono e bifamiliari degli anni sessanta e settanta, tutte con giardino o, più spesso, un pezzo d'orto. Grandi ringhiere colorate, alcune assai strane, davanti a finestre sempre chiuse, evocavano la nostra curiosità da buoni lettori....  In fondo alla via, prima che costruissero uno dei primi discount, niente, la strada finiva nell'erba, l'ultima casa era quella della Irma, dalla quale andavo a prendere l'insalata e le uova. Era una casetta strana, bassissima, ogni volta che vi entravo rimanevo allibita, mi faceva l'effetto della casa della mia bisnonna. Quando la Irma fu troppo vecchia per curare il suo orto, alla nostra insalata e ai pomodori iniziò a provvedere la "veneziana". Non chiedetemene il nome... non lo ricordo. O forse non l'ho neppure mai saputo. La chiamavamo così, la veneziana. Aveva la casa grande, come le mani. Sempre nere di terra. E i capelli che arrivavano a sera come si erano svegliati al mattino, forse solo un po' più arruffati,  ma certamente non turbati dal trascorrere delle ore. Ci dava anche le uova, ma ogni tanto litigava con i vicini che non volevano le galline sotto le loro finestre... e dicevano sul serio, loro, che come animale tenevano un doberman. E infatti cercavo sempre di evitare di arrivare fino lì e facevo dietrofront prima..
Barbara era sordo muta, nel complesso condividevamo una certa difficoltà a comunicare, motivo per il quale ci capivamo benissimo. Le ero affezionata, e lei, d'estate, veniva sotto al balcone a chiamarmi per farmi scendere.
Un giorno mi portò a casa sua. Fu l'inizio della fine delle nostre passeggiate, allorchè uscita, quel pomeriggio, da casa sua, ebbi l'impressione di essere stata monopolizzata. L'impressione si trasformò in certezza il pomeriggio che trascorsi con loro in barca. La madre cercava forse più compagnia per sè che per la figlia. Io non ero adatta. E seppur comprendevo questa sua necessità, trovavo la cosa fastidiosa. Forse vittima anche di un certo modo di pensare, o di stereotipi che nei paesi si usano. Lei aveva avuto la rosolia mentre era incinta, non so se fosse più un monito per noi femmine, o un marchio per lei. Come quello della Magò, che conviveva e aveva un figlio.....non me ne capacitavo! Quasi mi faceva strano giocare insieme a Francesco. E non so se mi infastidiva di più la convivenza dei suoi genitori o quei due alani alti quanto me che abitavano lì sotto. Ad oggi... giusto per dire, convivo da oltre quindici anni e ho pure due figli e non uno....
Io e Barbara uscimmo sempre meno. Per un po' mi sentii in colpa.
Ogni tanto la penso ancora. Il senso di colpa sparì quando mi accorsi che lei era cresciuta, e nonostante tutti i suoi problemi non solo vocali, aveva perso quella semplicità che la caratterizzava.
Passarono alcuni anni prima che rimettessi piede su una barca. Una barca a vela. Vivevo già da sola, lavoravo tutto il giorno e tutti i giorni e in posti diversi nello stesso giorno, e chi ci andava in spiaggia...  A Lerici quelli dell'Erix (n.d.a. circolo velico)  mi conoscevano tutti, quella fu l'ultima stagione che feci lì. Sentii parlare di Tonga, di progetti, di partenze... e una volta mi invitarono su una barca a vela per una regata, a far compagnia, niente di più, ovviamente. A distanza di tempo penso che volessero farmi fidanzare... e magari portarmi a Tonga.
Ho anche delle foto di quella giornata... ma non le guardo mai... non era un periodo buono per me, la solitudine era infinita, ero molto in carne e non mi piacevo, ero bianca come un calamaro, e avevo paura, di restare, così come di andare.
Quel giorno scoprii cosa fosse uno spin, e, cosa interessante, scoprii che esisteva il mal di terra... e che io ne soffrivo in modo particolare!!! Non stavo proprio in piedi, convinta di avere chissà quale problema, scesa a terra me ne stavo in silenzio, mentre gli altri intorno a me danzavano seduti ai tavoli con l'aperitivo in mano... non presi il motorino per tornare a casa... mi accompagnarono in auto.
Ricordo anche la terza volta in barca. Quella volta partimmo dalla marina del Canaletto, che non conoscevo, che riconobbi poi, e che è stata "casa nostra" per quindici anni prima che la smontassero per far posto ai containers. Guardavo senza capire come mettevano la barca in mare, tra strani aggeggi e "corde".
Anche quella volta volevano farmi fidanzare. Ma io non ero pronta. Non ero interessata. E non so se fosse quel lui a non interessarmi e basta o solo non mi andasse di avere uomini intorno. Andammo verso le nere o le rosse, questo ricordo è ricostruito con le informazioni acquisite in anni successivi..., feci il bagno, andai sott'acqua, e credo di aver avuto allora quello che oggi tutti chiamano con semplicità " attacco di panico", allora ebbi solo l'impressione di avere un attacco d'asma... solo dopo pensai che ero in apnea....
Passai il pomeriggio facendo finta di dormire per non essere costretta al dialogo. Su quella barca non sono salita mai più, nonostante saluti promettenti, cartoline e telefonate di rito.
Dopo allora la barca è Marina del Canaletto, il pontile, Francesco. Poi Francesco e Gianluca piccolo. Poi Francesco e Arianna piccola. Poi Francesco, Arianna e Cristian... il gioco della barchetta legata con la cima funziona sempre per trascorrere un po' di tempo tranquilli, ed è sempre lo stesso da quindici anni...
Il mare è dentro di me, con la sabbia e senza. Eppure mi bagno poco e mi inquieta. Ma senza non saprei stare. Aspetto oggi. Aspetto ogni anno questo primo giorno in barca. E guardo le nostre coste violentate dalle navi container, di là dai cantieri, di qua la Snam, e peggio, se volete, la Marina Militare, che ne possiede gli unici tratti non devastati dal Porto e dall'Arsenale.
Non c'è una spiaggia in tutto il Golfo.
E allora aspetto ancora. Di vedere quella meraviglia contro il sole, di scorgerne l'ombra da lontano, i soli contorni. E gusto l'immagine nota come fosse nuova, e poi, tranquilla, capisco che non mi stupisce rivederla dopo tanto... perchè è un'immagine mia,  San Pietro.
Più mia di quanto non sia d'altri.
Il ricordo più bello non legato ai miei figli, è legato a San Pietro. Che quel venti di luglio di tanti anni fa, nella stessa estate dell'attacco di panico... , mi riempì buona parte dei vuoti dell'anima.
E chi fosse con me, seppure poco lusinghiero nei suoi confronti, non importa, oppure sì, perchè mi lasciò semplicemente libera di essere.
Vedere San Pietro dal mare è diverso dal vederla come la vidi quella notte, sola e nel buio, sotto una luna piena grande così,  ma è sempre un'emozione forte. E l'aspetto. Con una ruga in più ogni anno. Mentre San Pietro è sempre uguale.
Di là, c'è l'altra ombra che mi ha accompagnato, il Castello di Lerici, è una presenza meno invadente di Portovenere, per me, non ho con lui lo stesso rapporto, San Pietro è stata apertura, Lerici confine. Anche oggi, tutto sommato è così.
E il mare resta mare, che mi prende e mi porta via la testa, sott'acqua come sopra, mi accoglie e mi porta via.



PRIMITIVA PASSIONE (Lerici 1999)

Alberi al vento,
in oscillazione perpetua,
scandiscono con onde e maree
i tempi di questa notte.
Vele che in estate svanirebbero lontane
ora sguarnite come piante secche.
Ed io passeggio al profumo del mare,
lungo il paese che dorme, fino alle spiagge.
Non è festa alcuna, mestizia regna,
solo la frescura di primavera mi sorprende,
e quell'ombra sicura, là di lato,
che rompe di tanto il riflesso lunare.
Paese o gatto sornione, avvoltolato
su se stesso, bene al caldo,
centro del mondo.
In barba ai turisti, con l'aria costante
di luogo raccolto e familiare.
Ma qui dalla Venere,
la spiaggia guarda lontano;
i miei occhi, 'sta sera con lei.
non sento freddo, ho voglia di mare io,
dell'onda che colpisce la pelle;
non voglio le scarpe della ragione.
La sabbia come pavimento di casa.
Poi nel silenzio, pazzia mi prende,
in un attimo tolgo i pensieri,
e mi ritrovo a piedi nudi, nuova,
a saltare tra piccoli flutti gelati.
Freddo. Sì, ma vitale.
In barba ai turisti, con l'aria di casa,
tra alture e fondali,
primitiva passione.


DIETRO GLI SCOGLI DI SAN PIETRO
Una puntura di sale sulla pelle,
e poi ancora, sulle braccia e le gambe
gli schiaffi e le carezze del vento,
sul viso, le spalle, le gambe
i baci malinconici di luci tremule
dal mare.
...Pescherecci...
Con i piedi appoggiati sui denti di pietre nere,
i gomiti puntati a leggìo
per posare la testa vagante,
e gli occhi che esplorano le schiume del mare...,
cerco immagini passate
negli archivi della memoria,
per assaporare la mia solitudine.
Quanto diversa quella d'ora,
quanto più dolce l'avverto sulla
punta della lingua, mentre siedo
sopra il mare.
Allora,
avrei sentito solo l'acredine del sale,
di lacrime e mare.
Oggi, a volte, sono come
quel gabbiano laggiù,
su quella punta di scoglio, dietro la Chiesa di S.Pietro,
mi tuffo nell'acqua, e poi riemergo,
bagnata e sola, scuoto le mie ali,
mi asciugo,
e ancora mi immergo.
Sotto una luna tonda di mezzanotte estiva,
nella magia di una Portovenere
notturna e vuota,
so di essere libera
di ricominciare.

3 commenti:

  1. Alessandra... meno male che a volte te lo ricordi... così possiamo goderne anche noi!! :-)

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  2. E' tanto che ho messo da parte anch'io questa passione... il bello è che chi come noi l'ha nel sangue, se la vedrà tornare a galla senza preavviso!
    Stupende le tue poesie e il tuo racconto.

    RispondiElimina
  3. Ciao Sasha!!da me c'è un giochino in corso, se hai tempo e ti va di passare, io ti aspetto:)

    RispondiElimina

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